Categorie
Accertamento Diritto Tributario Skills

Quando la prova di resistenza te la offre la sentenza di CTR che ti ha dato torto.

Photo by Mike Walter – Unsplash

I ricorsi in tema di contraddittorio endoprocedimentale sono ormai standardizzati da una giurisprudenza consolidata.

Non capita quindi di imbattersi in particolari novità sul punto, ovvero in situazioni impreviste, sia sotto il profilo della ricognizione della fattispecie sia sotto il profilo della qualificazione giuridica dei comportamenti degli attori in gioco.

La giurisprudenza, tuttavia, offre a volte opportunità anche quando lo scenario difensivo si sia prima facie prospettato di difficile approccio, come in una recente esperienza, pesantemente condizionata dalle fragilità del giudizio di merito.

Quanto ai profili di legittimità, la narrazione scorre con fluidità. Ma quando si passa allo svolgimento delle argomentazioni in tema di prova di resistenza, il discorso sembra arenarsi. Il merito del giudizio è rimasto infatti in penombra: il difensore ha detto di aver scritto note e controdeduzioni al PVC, ma ha omesso di riprodurne il dettaglio. Addirittura il Giudice del secondo grado si astiene dall’affrontare il merito, adducendo la mancata esplicita riproposizione dei motivi in sede di controdeduzione all’appello dell’Ufficio.

Sul punto, segnalo l’utilità e la pertinenza di una recente ordinanza della Suprema Corte, resa dalla Sez. VI^ e segnatamente la n. 16374/2022.

La Corte esamina un ricorso promosso dall’Ufficio che lamentava vizi nella sentenza, ed in particolare il non aver “…la CTR esplicitato le ragioni per le quali l’apporto probatorio della parte contribuente sarebbe da ritenersi significativo e tale da superare la prova di resistenza richiesta per far valere il vizio dell’atto impositivo per mancato avvio del contraddittorio preventivo”.

Sul punto, la Corte smentisce l’Ufficio e così si esprime: “nel caso di specie, la CTR a pag. 3, ultimo capoverso, ha fatto buongoverno di questi principi avendo dato conto delle ragioni per cui ha ritenuto valido l’apporto probatorio che il contribuente avrebbe potuto offrire ex ante, dimostrato dai fatti, in principalita’ proprio dalla circostanza che un rilevante importo dell’avviso di accertamento e diverse voci di ripresa a tassazione sono state annullate in sede di autotutela, dimostrando la fondatezza di quegli stessi argomenti che avrebbero potuto essere rappresentati in sede endoprocedimentale, secondo quello che sono ratio e telos della norma.”

In buona sostanza, la Corte ci ricorda che l’avvenuto annullamento operato dall’Ufficio in autotutela è sufficiente a dimostrare la fondatezza di quegli stessi argomenti che avrebbero potuto essere rappresentati in sede endoprocedimentale, ove, appunto, il contraddittorio si fosse tenuto.

Il precedente ben si adatta alla sentenza da sottoporre a gravame, nella quale la CTR ci dice che “nel caso di specie l’invocato contraddittorio ha avuto piena attuazione, seppure in assenza di un “invito” da parte dell’amministrazione fiscale, giacchè la società interessata ha presentato articolate e puntuali “osservazioni e controdeduzioni” (depositate in atti) che l’Ufficio ha debitamente esaminato, accogliendole nella parte in cui erano supportate da idonea documentazione giustificativa.

In buona sostanza, la CTR assume che la presentazione delle osservazioni al PVC, e l’eventuale accoglimento implicito di alcuni rilievi, sono essi stessi un contraddittorio sufficiente, “seppur in assenza di invito”.

Pur assumendo, quindi, la sussistenza dell’avvenuta prova delle valide ragioni per l’avvio della specifica procedura preventiva, la CTR ne svaluta la necessità, sostanzialmente ritenendo che il contraddittorio sia un orpello trascurabile.

Ma tale ricostruzione non appare conforme allo spirito della norma (“ratio e telos” dice la Corte). Norma che mira appunto a certificare la necessità ineludibile di un incontro preventivo tra le parti finalizzato a prevenire l’attività accertativa ovvero a ricondurla esclusivamente alle residue ragioni di inconciliabile contrasto.

La prova era lì. Bastava apprezzarla adeguatamente.

Categorie
Net

Francesco Tesauro e la gerontocrazia tributaria.

Ho riaperto il mio manuale universitario di Istituzioni di Diritto Tributario del prof. Francesco Tesauro, UTET Unione Tipografico-Editrice Torinese, prima edizione 1987.

Pagine ormai ingiallite ma vive e pulsanti; prosa asciutta, diretta e tagliente, che risuona come oracolo vivente per gli studenti di allora e di sempre:
“…il presidente della commissione (di tutta la commissione) è un magistrato o un intendente di finanza a riposo (chi non ha più l’età per amministrare continua ad averla per giudicare).”
Ed ancora “…le commissioni tributarie sono considerate <cimitero degli elefanti>: per essere nominati membri, occorre non aver superato il settantaduesimo anno di età (ma sono messi a riposo quando compiono 75 anni).”

Sono gli stessi che in tempo di emergenza pandemica hanno ostacolato, con provvedimenti autoreferenziali, l’utilizzo delle nuove tecnologie video.

Sono gli stessi che hanno emesso sentenze senza neanche aprire la documentazione allegata telematicamente, assumendo “il file non si legge… il file non si apre…”, foss’anche si trattasse del certificato di morte del contribuente.

Sono quelli che pretenderebbero di imporci il cartolare coatto a vita o che vorrebbero scrivere ancora le sentenze a penna.

Il disegno di legge 2636/2022 modifica gli articoli 7 ed 11 del 545/92.
I componenti le commissioni tributarie non potranno essere immessi in servizio oltre il sessantasettesimo anno di età; e finalmente cesseranno dall’incarico al compimento del settantesimo anno, come qualsiasi altro magistrato della repubblica.

Riuscite anche voi a scorgere il fantastico sorriso sardonico del Maestro?

Categorie
Net

Il padrone di casa.

Non v’è norma del 546 più disapplicata dell’art.31, nella parte in cui impone alle segreterie di comunicare la data dell’udienza di trattazione “alle parti costituite”. 

Un collega mi raccontava che nel telematico gli è apparsa in più occasioni la pec di comunicazione ad ADER, chiamata in giudizio ma non costituita. Avendo chiesto spiegazioni in segreteria, gli era stato risposto che si era trattato di un errore e la pec era stata incredibilmente espunta.

Le pec in realtà sono una leggerezza; le telefonate tra segretari e team legale, che spesso hanno lavorato negli stessi uffici, ci sono sempre state. Tra colleghi ci si da una mano. Poco importa chi chiama chi: qualcuno, in buona fede, crede trattarsi di un dovere d’ufficio… 

Un’altra collega mi raccontava che mentre attendeva l’avvio della propria udienza, un componente il collegio (un pm, manco a dirsi…) aveva ripreso il funzionario dell’Agenzia presente in aula per non essersi ancora costituito in un diverso giudizio, in prossima trattazione. 

Se il contribuente non si costituisce tempestivamente, manco a dirlo, non lo avvisa nessuno. 

A guardare il testo della riforma, il collegamento funzionale tra Agenzia e uffici di segreteria delle Commissioni tributarie non sembra per nulla scalfito, anzi addirittura rafforzato.

Manca ancora tanto, per raggiungere una sostanziale parità processuale. 


Pubblicato su Linkedin il 02.06.2022

Categorie
Net

La crisi della giurisdizione.

Da avvocato tributarista, associato ad Uncat, faccio mia l’invettiva di #camerepenali il cui presidente #giandomenicocaiazza è intervenuto ieri all’assemblea di Associazione Nazionale Magistrati.

Novello frà Cristoforo, risuona ancora il suo “verrà un giorno…” nel silenzio basito ed insofferente di una assemblea di certo non adusa ad ascoltare voci dissenzienti.

Ed il suo grido è il grido di ogni avvocato innanzi alla crisi della giurisdizione, che “è una crisi della democrazia”.

Perché anche io “voglio un giudice forte ed autorevole; voglio entrare in aula temendo la qualità, la severità e l’intransigenza del giudice. Ma come me, lo deve temere il mio avversario”.

Che è l’Ente impositore, cioè lo Stato.

Categorie
Diritto Tributario Skills

Ristretta base: l’esposizione in bilancio degli utili accertati vince la presunzione di distribuzione.

La sentenza n. 7325/2021 della CTP/Catania ha disposto l’annullamento di un avviso di accertamento emanato da Agenzia delle Entrate per il recupero della ritenuta alla fonte su utile occulto presuntivamente oggetto di distribuzione, emerso a seguito di verifica nei confronti di una società a ristretta base familiare, assumendo che l’esposizione integrale degli utili oggetto di accertamento nel bilancio della società costituisce prova contraria sufficientemente valida a vincere la presunzione di distribuzione.

La fattispecie.

Agli esiti di una attività di verifica, GDF emetteva e notificava PVC. Sussistendone i presupposti, la convenienza economica e l’opportunità (ossia la necessità di ottenere il dissequestro penale di somme vincolate alla rifusione del profitto del reato) la società contribuente aderiva alla definizione integrale del cennato PVC ai sensi e per gli effetti dell’art.1 del decreto 119/2018, per tutti gli anni d’imposta oggetto di recupero.

Come è noto, la “rottamazione” presupponeva l’onere di depositare una dichiarazione integrativa, che ricalcolasse l’imponibile integrandolo con il maggior utile accertato, conseguentemente esponendo il debito fiscale oggetto di recupero.

Essendosi determinata al compimento di tali adempimenti, l’assemblea della società deliberava delegando l’amministratore a predisporre e presentare le dichiarazioni integrative richieste dalla norma, nonchè ad appostare nel bilancio di esercizio relativo all’annualità di accertamento e di definizione l’ammontare complessivo di utile accertato, quale presupposto logico giuridico (oltrechè contabile) del debito per imposte che si accingeva ad esporre.

Tale correzione è stata realizzata mediante il deposito del bilancio di esercizio relativo all’anno d’imposta 2019, nel cui contesto gli utili accertati in seno al PVC sono stati esposti integralmente (quindi per tutte le annualità oggetto di di “rottamazione”) appostandoli a riserva di utile disponibile ma non distribuibile.

Il giudizio.

Seppur oggetto di definizione, Agenzia delle Entrate recuperava a tassazione con distinti avvisi di accertamento, alla società, per la componente relativa alla ritenuta alla fonte presuntivamente non effettuata e versata, e, parallelamente al socio di maggioranza, il maggior utile accertato, assumendone presuntivamente la occulta distribuzione.

La Commissione Tributaria risolveva il giudizio con la sentenza citata, assumendo in punto di fatto che la società contribuente, dichiarando l’inclusione nel proprio bilancio di esercizio degli utili oggetto di accertamento, “introduce una prova contraria, attraverso l’integrazione di fonti di prova sufficientemente valide” che sconfessa la ripartizione degli utili presunta dall’Ufficio, cui “l’Amministrazione finanziaria ha l’onere di rispondere, introducendo elementi positivi di dimostrazione dell’avvenuta distribuzione (ulteriori, ovviamente, rispetto alla presunzione)” e conclude affermando che, nel caso in esame, “può essere vinta la presunzione di distribuzione, avendo la ricorrente fornito plausibile argomento in ordine alla non distribuzione dei maggiori ricavi”.

Qualche riflessione.

Inutile rammentare, trattandosi di fattispecie nota e diffusissima, come l’accertamento avversato trovi supporto nei consueti argomenti a sostegno, ossia vincolo di complicità tra i membri di una comunità ristretta; sussistenza dei requisiti di gravità, precisione e concordanza ai sensi dell’art.38 comma 3 del DPR 600/73; gestione patologica della distribuzione degli utili, che in quanto tale, non necessiterebbe di apposita deliberazione in quanto realizzatasi in forma dissimulata, proprio al fine di rimanere occulta ed ignota al fisco.

Parimenti note sono le doglianze della dottrina più garantista, a tenore della quale si rileva che la presunzione, tutta di matrice giurisprudenziale e quindi non codificata normativamente, inverte l’onere della prova manipolando la regola di cui all’art.2697 c.c..

Nei fatti i difensori sanno che l’avallo sistematico della giurisprudenza finisce per omologare la presunzione giurisprudenziale alla presunzione legale, come se, per intenderci, fosse un precetto a giustificare l’eccezione alla regola e non invece una mera ricostruzione ermeneutica.

Il Giudice tributario, nel caso che ci occupa, ha valorizzato il fatto dell’avvenuta contabilizzazione e della successiva esposizione a riserva di bilancio disponibile ma non distribuibile come sufficientemente adeguato a contrastare la presunzione di distribuzione, uniformandosi a (non numerosi ma recenti) stacchi giurisprudenziali promananti dalla Suprema Corte, (Cass.923/2016, e, con ordinamento costante: Cass. 7119/2021; 34282/2019; 27637, 27638, 27639/2019).

Da questo ad immaginare di aver rinvenuto uno strumento di prova adeguato a supportare la difesa nei numerosissimi contenziosi che la ristretta base ci occupa con quotidianità, credo ne corra.

Nel caso che ci occupa (si badi, ad oggi non acquisito a valore di giudicato) diversi sono i profili che hanno contribuito a creare un contesto di ascolto. La circostanza che la società abbia assunto l’obbligazione di pagamento integrale della pretesa a monte; che la compagine societaria abbia operato nel senso di vincolare la riserva con il crisma della indistribuibilità; la dichiarata volontà di effettuare la correzione dei dati di bilancio quale obbligo necessitato ai sensi e per gli effetti dell’art.2423 c.c., in quanto necessaria a giustificare nei riguardi dei terzi la provenienza del debito accertato e non contestato. Argomenti in prevalenza metagiuridici, sebbene suggestivi, in un ambito di personalità sensibili sul punto.

Parimenti, è indubitabile che la notifica di un avviso di accertamento (promanante da PVC) imponga, per regola di corretta tenuta, la esposizione in contabilità del maggior utile accertato e del debito per imposte che ne promana; laddove invece le conseguenze dell’avvenuta impugnazione, ove intrapresa, andrebbero prudenzialmente valutate mediante accensione di un adeguato fondo rischi da contenzioso.

Ad ogni buon conto, pare scorgersi (tra le righe, ma magari è solo un mero auspicio del professionista garantista) anche la consapevolezza che sia necessario, oltrechè opportuno, far rientrare la dinamica di questa tipologia di accertamenti in uno scenario in cui le parti, ognuno secondo il proprio ruolo ed in contraddittorio tra di esse, possano risolvere la controversia non più al comodo riparo della presunzione, bensì “introducendo elementi positivi di dimostrazione” delle contrapposte ragioni probatorie.

Il che, sarebbe cosa buona e giusta.

Categorie
Net

Dialoghi tra specialità, tra esecuzione collettiva e debito d’imposta.

Martedì 13 Luglio 2021

ZOOM MEETING – ID 891 9320 3469 – PASSWORD: 304464

Nell’ambito della cognizione esclusiva, che nella fase prefallimentare è finalizzata alla individuazione dei presupposti di fallibilità, il Giudice concorsuale è vincolato ad effettuare una attenta ricognizione del debito tributario, che tenga cura ed osservanza della norma tributaria che ne regola il presupposto e la esecutività.

Ne parlerò diffusamente, martedì 13 Luglio prossimo, in occasione di un evento organizzato da Raffaella D’Anna per UNCAT e Formazione UNCAT.

Categorie
Crisi d'impresa Skills

Marebonus Tirrenia-Cin, una ordinaria vicenda di mala gestio all’italiana.

Le aspettative di centinaia di aziende di autotrasporto che hanno confidato sul ribaltamento dei contributi Marebonus per le annualità 2019 e 2020 sono a rischio a causa delle note vicende societarie che riguardano la società di armamento Tirrenia Cin.

Gli imprenditori dell’autotrasporto, che, imbarcando i semirimorchi, hanno investito nell’intermodalità e nel benessere dell’ambiente, dirottando sulle vie d’acqua il proprio traffico merci su gomma, si trovano oggi a fronteggiare il serissimo pericolo di veder sfumate le legittime aspettative di portare a compensazione od a sconto i costi sui tragitti già effettuati.

La struttura normativa dell’agevolazione risponde a strette direttive della Commissione europea, che ha posto paletti rigorosi per la concessione dell’autorizzazione al rilascio di agevolazioni che si pongono in potenziale conflitto con la normativa comunitaria che contrasta gli aiuti di stato.

L’adozione del programma agevolativo, concretizzato in Italia con il comma 647 dell’art.1 della legge di bilancio per il 2016 (legge 208/2015), trova legittimazione nella decisione C(2016)8459 del 19 dicembre 2016, con la quale la Commissione Europea ha autorizzato l’aiuto di stato SA.44628.

Il rigido recinto del vincolo comunitario presuppone il rispetto di condizioni soggettive assai stringenti in capo alle società armatrici che godono dell’agevolazione e che ne devono ribaltare gli effetti in capo agli utilizzatori finali. Tra queste, il decreto 13 settembre 2017 n. 176 emanato dal Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze espressamente prevede, all’art. 5 comma 2 lettera d), che le società armatrici beneficiarie non siano “…sottoposte a procedure concorsuali quali il fallimento, o l’amministrazione straordinaria o liquidazione coatta amministrativa o a liquidazione, scioglimento della societa’, o concordato preventivo senza continuita’ aziendale o di piano di ristrutturazione dei debiti…”.

Ad oggi lo status societario di Tirrenia spa, oggi Cin, sembra proprio non garantire la piena legittimità del godimento dell’aiuto concesso.

E tuttavia.

Il soggetto gestore previsto dall’art 3 del regolamento, la Ram spa, ha effettuato con tempestività l’esecuzione dei monitoraggi e dei controlli di cui all’art.16? Ha verificato senza indugio la persistenza dei requisiti? E, in caso di assenza degli stessi, costituendo ciò causa di revoca, ha avviato con pubblica evidenza le procedure per la declaratoria di decadenza dal contributo nonché l’eventuale recupero dello stesso, ove illegittimamente attribuito, secondo quanto disposto dall’articolo 17 del regolamento?

Ed ancora.

Tirrenia-Cin ha informato con tempestività le imprese clienti di non trovarsi più nel possesso delle condizioni di legge per il godimento del contributo? Ha informato le imprese clienti della circostanza (ove mai realizzatasi) che la società di gestione avesse avviato la procedura di revoca? Insomma, della circostanza che i trasporti da costoro effettuati non avrebbero potuto godere del ribaltamento del contributo?

Ed i commissari giudiziali, oggi impegnatissimi nell’attività di diffida ai fini del recupero delle fatture a suo tempo emesse e per prassi gestionale compensate con le quote di contributo ribaltato sui servizi di trasporto 2018-2020, hanno mai avvisato le imprese clienti che il contributo da costoro invocato ed atteso non sarebbe stato mai ribaltato e mai compensato, in tal guisa consentendo che la società armatrice da loro amministrata godesse di un traffico merci (e quindi di ricavi) che diversamente non avrebbe mai potuto e dovuto capitalizzare?

*** *** ***

Per conto di una cordata di autotrasportatori, costituitisi in gruppo di pressione, abbiamo avviato una richiesta formale a Ram spa ed agli Enti regolatori per conoscere lo stato delle procedure adottate rispetto ai provvedimenti concessori.

Contestualmente stiamo avviando azioni di rivalsa nei riguardi di Tirrenia-Cin per tutelare chi ha confidato, senza colpa, sulla concessione di benefici che allo stato degli atti si palesano di assai improbabile realizzazione.

Categorie
About

La ricognizione del debito tributario nella esecuzione collettiva

Come è noto, nel quadro della gerarchia delle fonti, la legge speciale deroga la legge generale, foss’anche quest’ultima sia stata emanata successivamente alla prima.

La Cassazione, in una vecchia sentenza del 2006, per definire il rapporto tra norma generale e norma speciale utilizza una raffigurazione plastica: “È necessario, cioè, che le due disposizioni appaiano come due cerchi concentrici, di diametro diverso, in modo tale che quello più ampio contenga in sé quello minore ed abbia un settore residuo destinato ad accogliere i requisiti aggiuntivi della specialità”.

Il principio di specialità tuttavia non appare risolutivo laddove il concorso occorra tra norme speciali, ossia tra discipline antinomiche, ma pari ordinate. Diritto tributario e diritto concorsuale sono entrambe normative “speciali”. Il diritto tributario, poi, a differenza del diritto concorsuale, che ricade comunque nell’alveo della giurisdizione ordinaria, seppur speciale, gode anche di propria giurisdizione esclusiva.

In questo caso, potrebbe immaginarsi una rappresentazione figurativa per cerchi parzialmente sovrapposti, nei quali, la cointeressenza si materializzi solo in ambiti limitati. Entrambe le normative prevalgono nei propri ambiti di competenza esclusiva, ma sono correlativamente costrette a retrocedere, necessitando entrambe di ricondurre alla corretta ermeneutica degli istituti secondo la legge speciale che li disciplina, nelle molteplici occasioni di reciproco contatto.

L’approfondimento sugli effetti di questa correlazione gode di ampio studio ed approfondimento, oltre ad un ampio spettro di applicazione giurisprudenziale.

Utile per una visione d’insieme, una pubblicazione dell’Osservatorio Permanente della Giustizia Tributaria del 2017, e segnatamente del dott. De Matteis giudice della sezione fallimentare presso il Tribunale di Napoli e Giudice tributario, che offre un quadro ricostruttivo molto dettagliato. La problematica è quanto mai attuale in tema di transazione fiscale: nella stessa rivista il contributo di Angelo Cuva, che offre una visione ante litteram ed evolutiva del principio di indisponibilità della pretesa tributaria, oggi tanto attuale nella regolazione di questo istituto, tutt’ora ancora in divenire. Tutte queste ricostruzioni appuntano la loro attenzione agli effetti regolatori del diritto tributario successivamente al deposito in cancelleria della dichiarazione di fallimento.

Credo invece valga la pena approfondire un profilo inedito, che nasce dalla necessità di affrontare come professionisti una nuova occorrenza professionale, nascente dalla prassi operata per adesso presso solo alcuni dei Tribunali italiani (Catania, Bergamo, Piacenza, ma anche Milano e Napoli) di anticipare gli effetti dell’art.38 del nuovo codice della crisi d’impresa, a tenore del quale

“Il pubblico ministero presenta il ricorso per l’apertura della liquidazione giudiziale in ogni caso in cui ha notizia dell’esistenza di uno stato di insolvenza”,

orientando in modo fortemente estensivo il portato delle norme oggi vigenti, ossia l’art.7 della vigente LF che così recita:

“Iniziativa del pubblico ministero. Il pubblico ministero presenta la richiesta di cui al primo comma dell’articolo 6: 1) quando l’insolvenza risulta nel corso di un procedimento penale, ovvero dalla fuga, dalla irreperibilità o dalla latitanza dell’imprenditore, dalla chiusura dei locali dell’impresa, dal trafugamento, dalla sostituzione o dalla diminuzione fraudolenta dell’attivo da parte dell’imprenditore; 2) quando l’insolvenza risulta dalla segnalazione proveniente dal giudice che l’abbia rilevata nel corso di un procedimento civile”.

Non è rilevante al nostro discorso approfondire la legittimità di questa prassi interpretativa, tutta di derivazione giurisprudenziale, che qui volutamente si tralascia, anche perché le motivazioni dichiarate, tutte aventi giustificazione nella “salvaguardia di sistema”, di natura quindi teleologica, sono poco digeribili, per chi come noi difensori è solito analizzare la fattispecie concreta hic et nunc, nel suo concreto manifestarsi.

Più interessante invece approfondire le problematiche nascenti dall’osservazione dei casi, e sono la quasi totalità, in cui il PM agisce per la declaratoria dell’insolvenza attestata dalla sussistenza di un debito di imposta (e/o contributivo) esorbitante i limiti oggi in vigore per la fallibilità (dimensionali ex art.1 LF e quantitativi di scaduto ex art 5 L.F.).

In questo caso il PM agisce in supplenza del legittimo creditore Ente pubblico (Agenzia delle Entrate, Agente della Riscossione, INPS) dal quale, previa redazione di appositi protocolli d’intesa, acquisisce periodiche informative attestanti lo stato del carico debitorio numericamente più rilevante in capo a soggetti giuridici per i quali maturi il profilo soggettivo di fallibilità e, ove asseritamente sussistenti i vincoli di legge, avvii appunto l’azione presentando istanza di fallimento ed aprendo la istruttoria prefallimentare.

Ci si trova quindi a fronteggiare ambiti nuovi di difesa, nella quale l’imprenditore sottoponibile al fallimento, è impegnato a fornire la prova della sussistenza (o meno) del debito d’imposta, ovvero della sua procedibilità, innanzi ad un giudice che non è il giudice naturale precostituito per legge.

Il Giudice fallimentare infatti ha cognizione esclusiva nel proprio ambito di competenza; assume piena cognizione del debito quale indizio della avvenuta realizzazione dello stato di decozione. Esso tuttavia è privo di giurisdizione in punto di determinazione dell’an e del quantum del tributo.

Ecco spiegato il titolo di questa relazione, nella quale volutamente ho utilizzato il termine RICOGNIZIONE e non già il termine ACCERTAMENTO. Al Giudice concorsuale, essendo preclusa la cognizione tipica, è consentita la mera ricognizione del debito per imposte. Parlo di ricognizione nel senso lessicale di riconoscimento, secondo i canoni di disciplina disposti dalla legge tributaria.

Nell’ambito quindi della propria cognizione esclusiva, che nella fase prefallimentare è finalizzata alla individuazione dei presupposti di fallibilità, il Giudice concorsuale è vincolato ad effettuare una attenta ricognizione del debito tributario, che tenga cura ed osservanza della norma tributaria che ne regola il presupposto e la esecutività.

Tale necessità si impone con particolare urgenza laddove la pretesa creditoria per tributi, cui si vuol far discendere l’accertamento dello stato di insolvenza, non viene processata dal creditore ab intestato, ossia dall’Agente della Riscossione in rappresentanza dell’Ente Erariale che ha accertato la pretesa, ai sensi e per gli effetti dell’art 87 del DPR 602/73, bensì dall’Ufficio della Procura della Repubblica, nell’esercizio di una funzione di supplenza, cui però, con tutta evidenza, potrebbe non accedere il necessario tecnicismo in una normativa così mutevole ed, appunto, estremamente tecnica.

Proviamo quindi a fornire un minimo di casistica, avvisando che, trattandosi di ipotesi ancora limitate nell’alveo di una mera interpretazione non radicata su tutto il territorio nazione, esse appaiono solo esemplificative delle notevoli problematicità che, sono assolutamente certo, verranno a manifestarsi.

  1. Il debito tributario è portato da atti tipici, che seguono un procedimento amministrativo complesso, che deve essere compiuto, formalizzato ed opponibile al contribuente, che ha diritto ad esercitare l’opzione dell’impugnativa. Solo all’esito compiuto di questo percorso, il debito può considerarsi maturato e, ove impagato, eseguibile anche ai fini della maturazione dell’insolvenza.
  2. L’esecuzione collettiva non può essere l’occasione di un accertamento del debito d’imposta; questo perché al Giudice fallimentare (che è giudice ordinario) è preclusa l’attività di accertamento giudiziale del tributo, riservata, come è noto alla giurisdizione speciale delle Commissioni Tributarie.
  3. Tantomeno l’innesco della procedura concorsuale non può consentire l’accertamento di omissioni di imposta non precedute dall’attività accertativa resa amministrativamente dal soggetto giuridico ad essa deputata che è l’Agenzia delle Entrate. E ciò anche se tale omissione si sia manifestata agli esiti di indagini cui il PM abbi avuto accesso autonomo, laddove tali indagini non si siano ancora trasfuse nella emanazione di atti tipici del procedimento di accertamento, imposta per imposta.
  4. Non può determinare il fallimento di un soggetto giuridico in tutte le situazioni nelle quali il debito sia legittimamente sospeso in applicazione di una norma procedimentale amministrativa tributaria. Parlo di tutte quelle ipotesi nella quali la normativa tributaria stabilisce che un proprio atto di accertamento sia sospeso nella esecutività. Quindi sospensione amministrativa; sospensione per effetto di provvedimento di rateazione (della quale non sia stata effettuata la declaratoria di decadenza). Sotto questo profilo segnalo una ipotesi che mi è personalmente occorsa laddove il Tribunale di Catania ha disposto la reiezione dell’istanza di fallimento per “non attualità” del debito (di ingentissima entità) stante la pendenza della sospensione Covid19 (T/Catania decreto 3.12.2020).
  5. Quanto ai ruoli, diverse le problematiche immaginabili.
    • Le certificazioni del carico dei debiti comunicate da Agenzia, Inps e Agente della riscossione spesso si sovrappongono: avvisi di accertamento impoesattivi e avvisi di addebito INPS spesso sono esposti sia dall’Ente emittente che dall’Agente della riscossione e quindi necessita che il Giudice dell’istruttoria fallimentare abbia la capacità di riconoscerne la duplicazione.
    • Laddove poi il debito tributario fosse portato da ruoli assai risalenti nel tempo, potrebbe legittimamente obiettarsi la violazione dell’art 50 dpr 602/73 che come normativamente previsto, inibisce all’Agente della Riscossione l’avvio della esecuzione individuale a mezzo ruolo laddove la cartella di pagamento, notificata da oltre un anno, non venga preceduta dalla notifica di una intimazione di pagamento nel termine di cinque giorni. Cass. SS.UU 34447/2019 (in conformità al disposto della Corte Cost. n.114/2018 che ha sancito la illegittimità dell’art 57 comma 1 lett a) DPR 602/73 ed ha individuato nella notifica della cartella il discrimine tra il riparto di giurisdizione tra i vizi ante e post notifica del titolo) ha sancito che l’eccezione di prescrizione maturata successivamente alla notifica della cartella è di competenza del Tribunale fallimentare in sede di opposizione allo stato passivo e di insinuazione tardiva. Problematica tuttavia mi pare la gestione di tale cognizione in capo al Giudice dell’istruttoria fallimentare, stante le particolari esigenze di sommarietà che caratterizzano tale fase prodromica alla declaratoria dell’insolvenza.
    • Uguale necessità si offre rispetto alla procedura di cui alla Legge 228/2012, rispetto alla quale le pronunzie di merito sono pochissime. Ma anche in questo caso si pone il problema della corretta ricognizione del debito, laddove l’Ente creditore ometta la prescritta comunicazione nei termini di legge, cui segue l’annullamento di diritto delle partite ed il discarico automatico delle medesime e dei relativi ruoli.
  6. Diversamente segnalo Cass.28192/2020 sez.I^ per un utilizzo assolutamente non condivisibile della cd teoria dichiarativa dell’accertamento tributario. Assume la Corte (sezione non tributaria) che l’avviso di accertamento avrebbe funzione meramente ricognitiva del debito tributario che si assume preesistere appunto all’accertamento, a prescindere dalla trasmissione del carico fiscale al concessionario. La sentenza non consente una chiara ricognizione della tipologia di atto impositivo, limitandosi a parlare di avviso di accertamento, “conosciuto solo a seguito di interrogazione disposta dal Tribunale di Milano” e “non ancora passato al concessionario per la riscossione”.
  7. Ovviamente non può assumersi come debito la semplice notifica del cd avviso bonario. La vicenda è affrontata nell’ipotesi di ammissione al passivo del credito portato da avviso bonario non ancora tramutatosi in ruolo successivamente alla dichiarazione di fallimento, e risolta positivamente da Cass SS.UU 4126/2012, e precedentemente Cass. SS. UU.5165/2009. Orbene, a parte che rispetto a questo orientamento giurisprudenziale non v’è già unanimità di vedute (vedesi l’opinione contraria di Del Federico (in Rass. Tributaria n. 1/2015 CEDAM), concreto è il rischio di una deriva interpretativa che estenda anche alla fase prefallimentare l’ingresso di una pretesa non formalizzata in un titolo esecutivo tipizzato dalla norma tributaria, come nel caso precedentemente riassunto.

***   ***   ***

E’ indiscutibile che, come è già desumibile da quest’ultimo arresto giurisprudenziale, come l’avvio a regime del codice della crisi di impresa imporrà una accelerazione di prassi oggi isolate, cui necessiterà approcciarsi con l’ausilio di nuova consapevolezza da parte di tutti gli attori in gioco.

Quanto al Giudice fallimentare, si imporrà un approccio consapevole del tecnicismo tributario, cui sarà necessario avvicinarsi con la consapevolezza che gli istituti del diritto tributario sono tipizzati e che al fine della corretta individuazione del carico scaduto sarà necessario e responsabile che le norme fiscali vengano testualmente interpretate.

Quanto al difensore, di certo all’avvocato specializzato in diritto tributario si offrono nuovi ambiti di valorizzazione della propria specificità professionale, sia nei riguardi dell’impresa, mediante un accorta attività anticipatoria nell’avvio delle tutele tipiche, al fine di preparare l’imprenditore ad affrontare con consapevolezza l’impatto con l’istruttoria fallimentare, ma anche nei riguardi del Giudice, cui potrà offrire il sostegno della propria specialità professionale al fine di approcciarsi con consapevolezza nei riguardi di una materia e di istituti che non gli sono consueti (a meno che non pratichi già la Commissione Tributaria).

Quanto all’imprenditore, affinché comprenda che non è più possibile approcciarsi ai propri obblighi tributari con leggerezza e che l’omissione del versamento delle imposte non è più un canale di autofinanziamento praticabile, oltre ad essere ovviamente un dovere nei riguardi della collettività.

Categorie
About

Il valore fondamentale della giurisdizione specializzata di merito nell’attuazione della legislazione statutaria.

Nell’immaginare una riflessione sulla storia (parlamentare e, ex post, applicativa-giurisprudenziale) dello Statuto dei diritti del contribuente di cui quest’anno celebriamo il ventennale, mi è venuto spontaneo porre a raffronto lo Statuto dei diritti dei contribuenti con lo Statuto dei diritti dei lavoratori, introdotto nel con la legge 300 del 1970 dopo un lungo lavoro sotto la guida del ministri Brodolini (socialista, prematuramente scomparso) e Donat Cattin (democristiano) ma soprattutto sotto la guida di Gino Giugni incaricato di dirigere la commissione per l’elaborazione del testo dello statuto.

Questo palinsesto normativo ha fornito la cornice definitoria ad un rapporto conflittuale tra una parte debole (la parte della manodopera lavorativa) nei riguardi della parte forte (la parte datoriale) in un tempo ormai dimenticato di grossi conflitti sociali, affermando e disciplinando il diritto di organizzazione sindacale e la contrattazione collettiva.

Questa norma, che ancora oggi a distanza di cinquant’anni viene riconosciuta come fondamentale nel quadro normativo nazionale e che, come accade per il nostro statuto dei diritti dei contribuenti, esprime, in una norma ordinaria, principi e regole di stampo costituzionale (Titolo I “Della libertà e della dignità del lavoratore” e Titolo II “Della libertà sindacale”), ha avuto il privilegio di essere seguita, dopo soli tre anni dalla sua entrata in vigore, della nuova legge sul processo del lavoro.

La legge n. 533 del 1973 ha istituito il ruolo del giudice di merito specializzato nella materia e ha introdotto nel processo una serie di principi e di regole processuali che hanno consentito al giudice di operare in modo rapido ed efficace. E i giudici, grazie al nuovo processo del lavoro, si sono sentiti investiti di un ruolo di supplenza e hanno saputo svolgere tale impegnativo ruolo con entusiasmo e carica creativa. Paolo Grossi afferma, tra l’altro, che in coincidenza con l’entrata in vigore dello Statuto dei lavoratori e del nuovo processo del lavoro “una generazione nuova di giudici si sentì investita di una missione garantistica”.

Il compito del nuovo giudice era (ed è attualmente, atteso che la norma è rimasta, in parte qua, immutata) quello di trovare una linea di confine fra comportamenti antisindacali, e come tali illegittimi, e comportamenti datoriali dialetticamente contrapposti al sindacato ma pienamente legittimi in quanto meramente antagonistici e quindi ricompresi nella corretta dialettica fra parti contrapposte. Una linea di confine che può essere trovata soltanto attraverso la corretta applicazione dei princìpi dell’ordinamento, ed in particolare dei principi costituzionali.

In questo, e con tutte le complessità e le degenerazioni che gli esperti lavoristi possono far rilevare dopo il trascorso di mezzo secolo, è innegabile che il giudice del lavoro abbia sussunto nel esercizio della propria giurisdizione il principio costituzionale della terzietà, oltre che della professionalità e della competenza specialistica.

***   ***   ***

Cosa è accaduto per effetto dell’introduzione dello Statuto dei diritti del contribuente?

E’ innegabile che la resa delle novità introdotte dallo Statuto (dal nostro Statuto) è stata di diverso rilievo ed incidenza, a seconda che si abbia agio di osservare i diversi attori del rapporto in cui la legge si è inserita ed ha operato, ossia “l’amministrazione, la giurisprudenza, il legislatore, il Garante, i contribuenti”.

L’Amministrazione Finanziaria.

E’ innegabile che lo Statuto abbia accompagnato, tra la fine degli anni 90 ed i primi anni 2000, una rilevante opera di modernizzazione della Amministrazione finanziaria, che va riconosciuta ed apprezzata. In questo periodo nasce il fisco telematico, la dichiarazione unica, le compensazioni, le rateazioni, si realizza un sistema di comunicazione con i contribuenti che rende più trasparente la liquidazione delle dichiarazioni, si potenzia l’attività di informazione con l’utilizzo avanzato di Internet e delle nuove tecnologie; si introduce con circolare l’interpello, si vara l’autotutela, si generalizza il ravvedimento, si porta a regime l’accertamento con adesione, si regola con Direttiva del Ministro lo svolgimento delle verifiche, si riforma e si umanizza la disciplina delle sanzioni, si creano le Agenzie.  

Tutte realtà che oggi appaiono scontate ma che non lo erano affatto, prima della loro introduzione. Sotto questo specifico profilo, è necessario e doveroso riconoscere che il ruolo del contribuente si è instradato in un percorso di maturazione da suddito a cittadino.

Certo, dovremmo in realtà attualizzare tale giudizio e chiederci se la PA dei tempi d’oggi è rimasta all’altezza di questa modernizzazione; così come andrebbe indagato se questa modernizzazione non sia stata più funzionale alle necessità dell’Ufficio che indotta dal rispetto dei principi statutari.

La Giurisdizione tributaria.

Eguale e condivisibile il plauso nei riguardi della Suprema Corte, che tutti anche oggi hanno riconosciuto aver avuto il merito di enucleare ed attribuire valore e rango sovraordinato all’insieme dei principi in esso statuiti. Certo, la fragilità dell’impianto normativo è evidente: il mancato riconoscimento formale del rango costituzionale derivante dalla mancata inclusione nel sistema delle fonti fa della legge 212 una norma tanto evocata quanto derogata e violata nella propria essenza garantista.

Va peraltro rammentata la coincidenza temporale con la nascita della sezione tributaria della Suprema Corte, la cui attività è iniziata il 1° novembre 1999.

E’ altrettanto vero, e con ciò ritorno al parallelismo di partenza, che la resa del Giudice dei tributi, nell’ottica della attuazione statutaria, si presenta non paragonabile a quanto fatto dai buoni vecchi Pretori del Lavoro.

Questo assunto è il frutto di una comune percezione (credo oggi anche condivisa con l’Agenzia) di inadeguatezza (dell’istituto, non già dei soggetti che oggi sono chiamati con dedizione a rivestirne il ruolo). Lo dicono i numeri, oltre che la comune esperienza personale delle parti in causa, e ne soffre soprattutto la Suprema Corte, se è vero come è vero che la pendenza dei giudizi nelle due sezioni specializzate (la Sezione lavoro e la Sezione tributaria) è numericamente sbilanciata a danno della sezione tributaria (dati del 2017, sul 100% dei giudizi, il 37, 05% è stato iscritto in sezione tributaria, addirittura l’17,6% in sezione lavoro, comprensivi del previdenziale).

La Corte è stata chiamata ad uno sforzo di supplenza straordinario che si riflette sul suo quotidiano funzionamento e rischia di comprometterne la funzionalità, come pubblicamente richiamato sin dalla presidenza Carbone.

Ma al di là della dimensione numerica della pendenza, quello che credo vada stigmatizzato, è la circostanza che la onorarietà dell’impiego, e quindi la temporaneità dell’impegno reso dai giudici prestati all’Ufficio delle Commissioni Tributarie, non è più compatibile con l’approccio consapevole e responsabile nella definizione di controversie assai tecniche.

Perché, come ci insegna lo Statuto dei diritti del contribuente, la composizione del conflitto tributario involge sempre il riconoscimento della dignità, prima ancora che della soggettività giuridica del cittadino contribuente nei confronti dello strapotere dello Stato impositore. Alla luce di questo faro, non si giustifica più la sommarizzazione dei giudicati, la svalutazione della motivazione dell’atto, la continua inversione dell’onere della prova.

Il Legislatore.

Ciò anche perché veramente a poco sembra valere l’autoqualificazione, con la quale esordisce l’art. 1, comma 1, (“Le disposizioni della presente legge, in attuazione degli articoli 3, 23, 53 e 97 della Costituzione, costituiscono princìpi generali dell’ordinamento tributario…”) indubbiamente espressione della volontà di orientare in senso garantistico tutta la prospettiva costituzionale del diritto tributario, quando tali intenzioni sono sistematicamente tradite dallo stesso legislatore che, legge su legge, deroga esplicitamente ai contenuti dello Statuto.  

E qualcuno, a Berlino, prima o poi dovrà riconoscere che il sistematico reiterarsi di interpretazioni autentiche (tutte a beneficio della parte pubblica) è vero e proprio abuso del diritto.

Si è parlato di codificazione. In una intervista al Sole il prof. Gianni Marongiu, padre nobile dello Statuto ha affermato: “Eliminare lo Statuto vorrebbe dire scrivere un Codice tributario, ma è uno sforzo sproporzionato alla forza dell’attuale Parlamento”. Tutti noi ci auguriamo di essere smentiti.

Il Garante.

Anche la figura del Garante sconta un gap di adeguatezza funzionale. Così, difettano all’autorevolezza dell’organo i poteri tipici delle authorities: il potere di assumere decisioni vincolanti, e di comminare sanzioni in caso di inosservanza delle stesse; il potere di disporre ispezioni e controlli penetranti sull’operato delle Amministrazioni finanziarie soggette a verifica; il potere di emettere pareri, assente se non nella limitata prospettiva di attribuire funzione consultiva alle Relazioni che il Garante presenta periodicamente al Ministero delle Finanze. Chi ricorda quei tempi sa che il Garante nacque come ripiego tra chi avrebbe voluto introdurre una Autorità Autonoma e il ministero che si oppose.

L’istituto forse potrebbe manifestare una rinnovata rilevanza ove venisse dato corso all’esperienza tutta siciliana del Tavolo della Compliance. Certo, il ventennio trascorso e la rinnovata fiducia nell’istituto delle autorità amministrative indipendenti, per l’elevata funzione di controllo indipendente che hanno assicurato, lascia pensare che, ove rispettata la adeguata dotazione di strumenti, questa opzione oggi potrebbe trovare quell’ascolto a suo tempo denegato.

Contribuenti e professionisti.

In conclusione, una parola va data ai contribuenti ed anche ai professionisti che li rappresentano. Ovviamente parlo dei contribuenti consapevoli dei propri obblighi di contribuzione nei riguardi dello Stato, non degli evasori.

Ebbene, non è dato sapere quanto la percezione dello statuto sia entrata nella coscienza collettiva. Personalmente dubito che si tratti di una percentuale rilevante. Molti hanno tratto benefici dal miglioramento del rapporto tributario in via del tutto inconsapevole.

Lo Statuto è basato, lo abbiamo visto, su alcune parole d’ordine fondamentali, e una tra queste è la trasparenza. La prima forma di trasparenza riguarda gli effetti economici delle leggi. Sapere quanto incide sulle loro tasche una legge come quella di stabilità è un preciso diritto dei cittadini. Una seconda forma di trasparenza, ancora più rilevante, riguarda l’ammontare complessivo della tassazione gravante sui cittadini. E’ forse abbastanza agevole verificare qual è la pressione fiscale erariale, ma è assai più difficoltoso determinare qual è la pressione, anche molto diversa nel territorio, che grava in modo complessivo sul cittadino.

E’ passata sotto silenzio la pubblicazione dell’International Tax Competitiveness Index realizzato dal Centro studi Epicenter che pone il sistema fiscale italiano all’ultimo posto tra i paesi aderenti all’OCSE per elevatezza delle aliquote marginali, per la compresenza asfissiante di imposte sul patrimonio, sulle transazioni finanziarie e sugli immobili; e per la farraginosità del sistema degli adempimenti correlati all’esecuzione dell’obbligazione tributaria.

Forse è giunto il momento, magari partendo dai dati acquisisti in seno alle dichiarazioni precompilate ovvero all’ISEE, di creare un indice che misuri e dia un valore, non solo statistico, alla pressione fiscale cui il singolo soggetto è sottoposto, affinché, ove questo indice esuberi limiti normativamente prefigurati di elevatezza e sopportabilità, il cittadino possa ottenerne la riduzione per via giudiziale.

Quanto ai professionisti, e mi riferisco agli avvocati, mi sia permesso di ricordare che quest’anno oltre ad essere il ventennale dello Statuto, è anche il ventennale di UNCAT, che prese vita proprio nel dicembre del 2000, nella splendida cornice del Tribunale di Napoli, alla presenza e sotto la cura dell’accademia.

Il contributo fattivo all’odierno evento dell’avvocatura specialistica organizzata ci rassicura sulla convinzione che questo ventennio non sia trascorso invano.

Categorie
Net

Filippo Turati, ovvero lezioni di democrazia parlamentare.

“…e voi avete molta fretta. […] Chiedete i pieni poteri […] anche in materia tributaria; il che significa che abolite il Parlamento, anche se lo lasciate sussistere, come uno scenario dipinto, per il vostro comodo”.

Quanta attualità nelle parole di Filippo Turati, rese nel famoso discorso contro Mussolini che si appropriava del Parlamento.

La presentazione del suo ultimo lavoro “Le 99 piaghe del fisco” è stata per noi di Uncat una splendida occasione per riflettere sulle degenerazioni di sistema in cui il fisco si avvita, nell’Italia che, immemore del passato, ripudia il parlamentarismo e delega i poteri di legislazione fiscale all’amministrazione finanziaria ed al governo dell’emergenza.

Un sentito ringraziamento al prof. Francesco Tundo per aver perpetuato la memoria di tempi bui, affinché un barlume di speranza possa illuminare la nostra oscura quotidianità.